Trieste, Budapest, Vienna: costruire il futuro dell’Europa partendo dalle città – Intervista a Peter Lorenz

TriBu.City incontra Peter Lorenz: un viaggio tra architettura, identità e futuro per ricostruire legami e speranze nel cuore dell’Europa centrale.

Qual è il tuo legame personale e professionale con Trieste?

“Se posso cominciare con un po’ di storia familiare, la famiglia Zahn, il cognome in tedesco significa ‘dente’, ha origine a Kamenický Šenov, nel nord della Boemia, allora chiamata Steinschönau. Nell’Ottocento era un importante centro della produzione del vetro, e la mia famiglia era coinvolta proprio in quell’industria. In seguito, una parte della famiglia si trasferì a Vienna, mentre un altro ramo si stabilì a Trieste.

Ermanno Zahn, fratello del mio bisnonno, era amico del barone Pasquale Revoltella e partecipava con lui alle attività legate al porto, erano rappresentanti del porto di Trieste, per i collegamenti con il Canale di Suez. Mio nonno, Giuseppe Zahn, era un commerciante conosciuto tra Trieste, Austria, Eritrea, etc. Mia madre, a soli vent’anni, incontrò mio padre in Austria, si sposarono, e io fui il primo ‘frutto’ di quell’unione.

Mia madre era sempre molto legata a Trieste. Per questo, da bambino, andavamo spesso insieme in città. Lì avevamo ancora la nonna e alcuni parenti, e così si creò per me un legame personale con Trieste.

Quando mia madre è venuta a mancare, la sera del 7 maggio 1999, la mattina dopo, l’8 maggio, ero stato invitato dal sindaco Riccardo Illy a tenere una conferenza nella sala comunale del municipio sul “futuro di Trieste nella competizione tra città europee”. In quella conferenza aprii il mio intervento proiettando da un lato la foto di mio nonno e dall’altro quella di mia madre, scomparsa poche ore prima. Mia madre aveva sempre desiderato che mi impegnassi per Trieste, così come mio nonno aveva immaginato, purtroppo senza poterlo vedere realizzato. È una sorta di responsabilità che porto dentro, e che ormai dura da più di 26 anni, anche se con risultati limitati. A Trieste ho conosciuto anche mia moglie e partner dello studio, Giulia Decorti, così inconsciamente ho finito per imitare mio padre, confermando la mia seconda identità triestina.

Trieste, però, è una città che sembra godere dell’amore di molti, ma che raramente ricambia. Incontriamo spesso persone che hanno legami con la città, che vi hanno acquistato appartamenti o che la frequentano con entusiasmo. Trieste viene percepita come un luogo affascinante e ricco di potenzialità.

Eppure, da parte della città stessa, manca un impegno proporzionato a coltivare queste relazioni storiche e culturali. Forse manca ancora una vera elaborazione di quel periodo terribile, per poter affrontare con consapevolezza e fiducia le relazioni di oggi. Tra il 1940 e il 1955 Trieste visse tre occupazioni – fascista, nazista e jugoslava – diventando un laboratorio tragico d’Europa: deportazioni, la Risiera di San Sabba, le foibe. Una città contesa, ferita, ma ancora in cerca di una memoria condivisa. Per tanti anni ho cercato di facilitare incontri tra Trieste, Vienna, Graz e Klagenfurt, con risultati che in realtà sarebbero ancora da sviluppare e grandi potenzialità da sfruttare.

Trieste, un tempo crocevia multiculturale e laboratorio di convivenza europea, si è trasformata in un’isola sempre più chiusa, che non ha ancora saputo esprimere appieno il proprio potenziale di cooperazione con le altre città guida del continente. I collegamenti ferroviari sono peggiorati, e la trasformazione della stazione di Campo Marzio in museo, sembra il simbolo di una città che guarda al passato invece di riconnettersi con il Sud e con la sua vocazione mediterranea. Trieste potrebbe lottare per riavere un collegamento ferroviario diretto e veloce con Vienna, Lubiana, Fiume, Zagabria… Invece si investe, come accade anche in Slovenia, soprattutto nelle autostrade, trascurando le ferrovie che rappresentano un potenziale enorme per la città.

Il mio legame con Trieste, quindi, è personale e familiare, ma anche di responsabilità: sento di dover fare qualcosa. Trieste rimarrà una parte importante della della mia vita.”

Come immagini la Trieste del futuro dal punto di vista urbanistico, sociale e culturale?

“Vent’anni fa esisteva un’associazione dedicata alla Trieste futura. Idee e volontà di promuovere la città non sono mai mancate, la spinta a valorizzarla è sempre stata presente.

Come in ogni città anche a Trieste ci sono persone geniali, persone mediocri, criminali e visionari. La differenza la fanno le condizioni del momento: se prevalgono i geni o i mediocri, se si dà spazio agli scienziati o ai dilettanti. Il potenziale delle persone c’è sempre, ciò che conta è il contesto politico e sociale che permette o meno di esprimerlo. Oggi, a Trieste, quello che manca è lo stimolo e la responsabilità civica per la costruzione del futuro.

Il futuro, poi, è incerto non solo per Trieste ma per l’Europa intera, che per qualcuno forse diventerà una sorta di Disneyland per asiatici, mentre altri vedono la possibilità di un nuovo Rinascimento. Perfino la democrazia, come la conosciamo, appare fragile, basta guardare la situazione in molti Paesi europei o domandarsi cosa accadrà in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Francia, persino in Austria. Io non ricordo un’epoca tanto incerta come quella che stiamo vivendo.

Se pensiamo al futuro, Trieste dovrebbe far parte di un’Europa che si trasforma. E guardando all’Italia, con alcune eccezioni, non possiamo non notare come abbia perso quel ruolo di potenza creativa che aveva poco tempo fa: design, arte, moda, architettura, cinema, ingegneria… In architettura e in urbanistica, per esempio, l’Italia è rimasta indietro. È sorprendente che un Paese con il più grande patrimonio urbanistico e artistico al mondo, non riesca più a produrre una qualità contemporanea.

Per Trieste, il mio desiderio è che ritrovi la sua identità europea. Nel passato, la sua forza è sempre stata l’internazionalità: una città mai dominata da un solo popolo, ma frutto dell’incontro di culture diverse, italiani, slavi, austriaci, greci, albanesi, inglesi, etc. Proprio questo culture clash ha reso grandi città come Vienna cento anni fa, come New York, Sarajevo, e appunto Trieste. Per questo sostengo con convinzione l’idea di TriBu.City, va esattamente in questa direzione, e spero diventi riconosciuta anche a livello politico e istituzionale.

La seconda parola chiave per il futuro di Trieste è qualità. Una città è come una persona: può attraversare malattie o crisi, ma se ha una base forte può sempre rinascere. Trieste ha un patrimonio urbanistico straordinario, comparabile a Graz o Vienna. Anche negli anni ’60 e ’70 produceva ancora architettura di livello internazionale. Oggi, l’assenza di un autentico interesse civico e cooperativo ha portato, come conseguenza, alla mancata attrazione e al progressivo allontanamento di esperti e professionisti di livello europeo. Cento anni fa, ad esempio, il mio riferimento, Max Fabiani, costruiva a Trieste…

In Europa da trent’anni esistono regole chiare sull’uso dei fondi pubblici: qualità e trasparenza. I soldi pubblici non sono dei politici, ma dei cittadini che pagano le tasse, e dovrebbero servire a creare scuole moderne, edifici di valore, infrastrutture sostenibili. È difficile comprendere perché l’Italia si stia progressivamente sottraendo alla responsabilità pubblica per la qualità. La burocrazia ha raggiunto dimensioni gigantesche, mentre qualità ed etica sono in gran parte scomparse. L’Italia è rimasta indietro rispetto ai Paesi scandinavi nella responsabilità verso le giovani generazioni.

Lo stesso vale per il Porto Vecchio, per il centro congressi, per la cabinovia o per i parcheggi in zone sensibili: soldi sprecati, decisioni prese senza coinvolgere i migliori esperti, giurie escluse dai processi, assenza di trasparenza, etc. senza considerare la città nel suo insieme. Abbiamo proposto un masterplan per la “costa triestina” nel 2018, immaginando un lungomare dedicato ai cittadini, servito da un tram dalla Lanterna a Miramare. Invece si sono portate le grandi navi da crociera in centro città, si costruiscono nuovi parcheggi carissimi e si aumenta il traffico in una delle zone balneari urbane più preziose del Nord Adriatico. E così anche la Costiera continua a essere una strada di incidenti mortali, invece di trasformarsi in un viale panoramico sicuro e accogliente, degno della sua straordinaria bellezza.

In sintesi: Trieste è in ritardo su molte sfide cruciali. In che modo si può riattivare quella responsabilità civica che potrebbe diventare motore di qualità, sostenibilità e identità europea? Aspettiamo i giovani.”

Nelle immagini il progetto della Costa Triestina

Che valore attribuisci oggi all’asse storico Trieste-Budapest-Vienna e come potrebbe essere rilanciato nel contesto europeo attuale?

“A mio avviso, guardando storicamente, dopo la Prima e ancor più dopo la Seconda guerra mondiale si sono interrotti molti legami. Ogni Paese ha intrapreso una propria strada nazionale. Dopo la guerra, l’Italia ha vissuto un periodo di straordinario slancio e crescita, diventando un modello di rinascita economica e culturale.

Solo negli ultimi anni l’Italia sembra attraversare una fase di forte decadenza, segnata da una perdita di visione, da una crescente burocratizzazione e da un insufficiente investimento nella qualità. L’Austria, invece – che solo dopo il 1955 ha potuto svilupparsi come Stato pienamente indipendente, seppur ridimensionato nei confini e nel ruolo – e la Slovenia, che ha ritrovato la propria sovranità soltanto nel 1991 con la dissoluzione della Jugoslavia, hanno condiviso un percorso analogo: la lenta e consapevole ricostruzione di una identità nazionale dopo decenni di dipendenze politiche e di transizioni storiche.

Le città, invece, hanno sempre avuto un ruolo diverso dalle nazioni. Le nazioni rappresentano i popoli, ma le città sono laboratori di cultura, politica, università, centri che guardano avanti. Non sorprende, quindi, che i sindaci di Budapest, Bratislava e Vienna abbiano molti punti in comune. Per questo credo che la strada giusta sia partire proprio dalle città e dai loro cittadini, questi tre sindaci sono figure aperte, con cui è più facile immaginare un percorso comune.

Io credo nel futuro delle città più che in quello delle nazioni. Le città sono più stabili, hanno una propria identità. Milano, ad esempio, è in parte indipendente dall’Italia. Budapest ha un’identità distinta dall’Ungheria, così come Bratislava dalla Slovacchia. Vienna, città imperiale, ha una forza che va ben oltre le province e i confini austriaci.

Il valore storico oggi è forse ancora più importante di venti o trent’anni fa, perché ci troviamo in una fase di crisi. Le crisi, pur dolorose, costringono a ripensare le cose e a trovare nuove strade. Vent’anni fa l’Europa stava molto meglio e non c’era la spinta a mettere in discussione tutto. Oggi, invece, dobbiamo cercare urgentemente nuove forme di collaborazione, e io credo fermamente che il futuro stia nelle città.

Per questo immagino TriBu.City non limitata a Trieste e Budapest, ma allargata a Vienna, Bratislava, Lubiana, Zagabria, Rijeka… Solo così si può davvero rilanciare la cooperazione in un’area che, purtroppo, ha conosciuto tante atrocità dopo la Seconda guerra mondiale: penso all’Istria, alla Slovenia, alla Croazia. Una memoria difficile, che ha generato ferite profonde. Ma la storia non può essere un ostacolo eterno, bisogna guardare avanti e costruire insieme, con rispetto, spirito costruttivo e collaborazione.

Gli Asburgo concepivano il loro impero come un’alleanza di popoli, lingue e religioni diverse, tenuta insieme dal diritto, dall’istruzione e dal rispetto reciproco, non dalla forza o dall’ideologia. Questo principio di equilibrio e di valorizzazione della diversità resta ancora oggi un modello per gestire la complessità culturale e politica, come dimostra l’Unione Europea.

Anche oggi serve quello spirito: sistemi concreti per migliorare la collaborazione tra città. Sono convinto che sia l’unico modo per affrontare il futuro europeo, ma anche per superare i pregiudizi che purtroppo esistono ancora. Io stesso sto constatando ancora oggi inutili pregiudizi reciproci tra sloveni e italiani.

Alla base, secondo me, ci devono essere cultura, rispetto reciproco e valorizzazione delle diversità. Solo così le città potranno crescere insieme. Trieste, per esempio, potrebbe imparare molto da Lubiana, che in vent’anni è cresciuta enormemente.

Noi architetti, forse, siamo particolarmente sensibili a questo tema: sappiamo che da soli non possiamo fare nulla. Un medico può operare più o meno da solo, un artista creare un’opera individualmente. Ma un architetto ha sempre bisogno di collaborare con ingegneri, imprese, amministrazioni, etc. È nel nostro DNA, senza collaborazione non c’è progetto possibile. Credo che questa sia anche la lezione per le città: solo insieme si può costruire progetti solidi e duraturi”.

Nella tua esperienza di architetto internazionale, quali buone pratiche di altre città potrebbero essere utili a Trieste e all’area mitteleuropea?

“Fin da giovane ho sempre avuto il desiderio di lavorare in contesti culturali diversi. Non so bene da dove nasca, forse anche dal fatto di non essere mai stato particolarmente nazionalista: mio padre era austriaco e mia madre italiana, quindi la mia identità è sempre stata ‘mista’.

Da ragazzo sono stato sciatore con un certo successo, ma per finanziare i miei studi ho lavorato come allenatore in giro per il mondo: in Australia, in Giappone, negli Stati Uniti, Scozia… Esperienze che mi hanno insegnato più dello studio. Ricordo in particolare il Giappone, dove andai la prima volta a 19 anni: lì mi resi conto che comprendere un’altra cultura è una sfida enorme, perché all’improvviso non capisci più nulla. Le tue esperienze e le tue relazioni di casa non valgono niente, devi ricominciare da zero, capire chi sei, come comportarti, come collaborare.

Anche a pochi chilometri di distanza ci sono differenze culturali enormi: lavorare a Vienna, in Tirolo, in Slovenia, Germania o a Trieste sembra vicino in termini di distanza, ma mentalmente significa muoversi in mondi molto diversi. E questo non è un limite, al contrario, le differenze possono diventare una ricchezza, contribuendo a costruire qualcosa di più grande.

Se parliamo di buone pratiche, ogni Paese ha qualcosa da insegnare. In Slovenia, ad esempio, la legge prevede che chi vince un concorso di architettura ottenga automaticamente l’incarico, una certezza che in Austria non esiste. Al contrario, la Slovenia potrebbe guardare al modello austriaco, che da 25 anni ha introdotto un sistema per gli edifici pubblici riconosciuto a livello europeo: tutti i progetti passano attraverso concorsi, gli architetti vengono pagati, e la qualità generale è cresciuta enormemente. Naturalmente l’Italia potrebbe anche avere il coraggio di imparare in modo costruttivo da altri Paesi: puntare sulla qualità invece che sulla burocrazia, su una rinascita etica invece che su procedure di gara assurde e paralizzanti. La fuga dei cervelli in Italia è come una squadra di calcio che perde i suoi giovani talenti: l’Italia vede partire le sue menti migliori verso altri Paesi.

Trieste, per esempio, dovrebbe aprirsi molto di più. È un po’ come nella vita di una persona: c’è chi, a un certo punto, si chiude e dice ‘so già tutto, vivo di quello che ho imparato’, e chi invece, fino a 100 anni, resta curioso, aperto, pronto a crescere. Le città non fanno eccezione: devono saper osservare, imparare e migliorare, perché buone pratiche e spunti positivi si trovano ovunque.”

La presentazione del progetto della Costa Triestina

Quali sfide o opportunità vedi oggi per l’architettura e lo sviluppo urbano di Trieste, e come ti piacerebbe contribuire a affrontarle?

“L’ultima vera visione urbanistica di ampio respiro risale a Max Fabiani (1953), che proponeva uno sviluppo unitario da Monfalcone a Pola – una prospettiva generosa e lungimirante che dovremmo avere il coraggio di ritrovare oggi. Sulla scia di questo mio riferimento personale, abbiamo presentato nel 2018 la visione della “Costa Triestina”, ispirata proprio allo spirito ampio e integratore di Max Fabiani.

Oggi la principale sfida di Trieste è quella demografica. Nel 1974 la città contava circa 300.000 abitanti, oggi siamo scesi sotto i 200.000. In pochi decenni Trieste ha perso un terzo della popolazione. Vuole rimanere una shrinking city o cogliere questa fase come un momento di crisi da cui ripartire, rilanciandosi verso un futuro nuovo? Molto più importanti dei turisti, che stanno per superare la soglia massima di sostenibilità, sono i nuovi abitanti: senza vita stabile e quotidiana, una città perde la sua anima.

Non attribuisco la responsabilità principale al politico, al quale con un semplice voto si delega ogni compito. Naturalmente, non può essere il lavoro di poche persone né di un singolo amministratore. Serve un movimento più ampio, capace di coinvolgere la società civile e soprattutto i giovani. Quando la popolazione diminuisce, diventa difficile mantenere servizi pubblici efficienti, trasporti e edilizia sociale, infrastrutture per giovani, etc.

Per Trieste, oltre al tema demografico, è fondamentale elevare il livello dell’urbanistica. Oggi manca un discorso pubblico e lo sviluppo di una visione chiara – invece si ragiona in termini difensivi: Trieste è diventata una città caratterizzata dal “no”, dal “non si può”, dalla diffidenza verso il confronto aperto e la costruzione di progetti condivisi. Il cambiamento può venire solo dai giovani, perché è il loro futuro a essere in gioco — in una città che, paradossalmente, possiede uno dei potenziali più grandi d’Europa. Ma una città bella e vitale non si costruisce con il “minimo indispensabile”. Trieste in passato ha saputo esprimere visioni straordinarie, come per esempio il Porto Vecchio o il Borgo Teresiano, nato dalle saline, un’opera di grande coraggio e forza urbanistica.

Servono visione e professionalità. Per fare un paragone, nessuno affiderebbe un’operazione a cuore aperto a persone senza esperienza. Eppure nell’urbanistica triestina spesso accade qualcosa di simile, si prendono decisioni cruciali senza competenze adeguate. I funzionari responsabili vengono lasciati soli, senza alcuna collaborazione con i migliori esperti, senza concorsi, senza metodi cooperativi — una prassi che in altre città è del tutto naturale e considerata indispensabile per garantire qualità e innovazione. Se questo criterio fosse applicato nelle cliniche per le operazioni, credo che quasi tutti morirebbero.

Copenaghen ha superato Vienna come città più vivibile del mondo grazie a una visione urbanistica coerente e di lungo periodo, centrata sulle persone e non sulle auto. La strategia combina mobilità sostenibile, spazi pubblici di qualità e pianificazione partecipata. È la prova che la qualità urbana nasce da una cultura politica del progetto, non dalla burocrazia.

Parigi ha vissuto una profonda trasformazione urbana guidata dal principio della città dei 15 minuti, dove tutto ciò che serve è raggiungibile a piedi o in bicicletta. Sotto la guida di Anne Hidalgo, la capitale ha ridotto il traffico automobilistico, creato centinaia di chilometri di piste ciclabili e riconvertito grandi assi stradali come i Champs-Élysées o la piazza del municipio in spazi verdi. Parigi punta oggi su sostenibilità, densità abitabile e giustizia ambientale, diventando un laboratorio europeo di riconversione urbana.

Questo è ciò che intendo per orientamento: se vogliamo crescere, dobbiamo guardare ai migliori esempi e ispirarci a loro, non accontentarci di soluzioni di basso livello.

Trieste ha un potenziale straordinario, spero che nei prossimi anni si apra un vero dibattito sul futuro: chi vogliamo essere fra 5 o 10 anni? Quale visione vogliamo costruire? Il nostro progetto ad Androna Campo Marzio è nato per contrastare la fuga dei cervelli, un problema enorme per tutta l’Italia. Ogni anno decine di migliaia di giovani formati lasciano il Paese, e la maggior parte non torna più, con un costo economico e sociale altissimo.

Io sono convinto che anche a Trieste esista un nucleo di persone motivate, capaci di vedere e valorizzare il potenziale della città. Bastano cento persone con la giusta energia e visione per cambiare davvero l’atmosfera e ridare slancio a Trieste.”

C’è un progetto specifico che sogni di realizzare a Trieste e che potrebbe lasciare un segno duraturo sulla città?

“Sarebbe naturalmente il mio sogno, e credo sinceramente che negli ultimi anni nessuno abbia dedicato più impegno di noi nel proporre idee, visioni e masterplan per Trieste. Siamo molto felici di poter finalmente realizzare qualcosa di concreto, anche partendo da progetti più piccoli o da semplici proposte nate dal nostro lavoro e dalla nostra passione per la città.

Un esempio? La tramvia dalla Lanterna a Miramare o una seria riorganizzazione del traffico lungo la costa. La rinuncia ai parcheggi lungo la costa e la trasformazione di questo tratto unico e meraviglioso tra Barcola e Miramare in una vera spiaggia urbana darebbero vita alla più bella spiaggia dell’Adriatico — un gesto di coraggio e visione che renderebbe Trieste semplicemente imbattibile nel panorama europeo. Venticinque anni fa ho fatto parte della giuria di un concorso con risultati magri su questo tema, ma da allora non è stato fatto più nulla. La cabinovia, a mio avviso, non solo danneggerebbe il Porto Vecchio ma è anche irrealizzabile, visto che dovrebbe passare sopra abitazioni private. E soprattutto non risolverebbe alcun problema reale di mobilità. Spendere 80 milioni per collegare Trieste a Monte Grisa non ha alcun senso, nessuno ha realmente questa esigenza.

La verità è che a Trieste si deve sviluppare un livello di dibattito capace di trasformarsi in opere utili e di qualità. Certamente il traffico attuale è un disastro e va ripensato da zero. Servono anche grandi progetti pubblici: penso, per esempio, a un’università di medicina di livello internazionale e all’avanguardia, come quella che abbiamo realizzato a Linz. Gli studenti devono vivere la città, non esserne isolati.

Io non ho un ‘progetto sogno’ in particolare, lavoriamo su varie proposte che potrebbero contribuire davvero a Trieste. Trieste deve decidere se diventare una sorta di casa di riposo a cielo aperto, con una popolazione in calo costante, o se invece rilanciarsi puntando sulle sue potenzialità straordinarie: l’IMEC, le collaborazioni internazionali, la sua bellezza unica. Sfruttare appieno la qualità della vita aumenterebbe enormemente l’attrattività di Trieste per l’insediamento di imprese internazionali, offrendo un contesto urbano di qualità, sostenibile e capace di unire bellezza, efficienza e apertura verso il mondo.

Penso, ad esempio, al potenziale quartiere di Androna Campo Marzio, che rappresenta per me una grande speranza. Vorrei che diventasse un progetto di altissimo livello, capace di attrarre persone da tutto il mondo. Non importa se sarà un albergo o altro: quello che conta è creare qualcosa di valore internazionale, che dia lustro a Trieste. Certo, serve capitale, come sempre, ma con la giusta visione si può fare.”

Il video della presentazione del progetto Androna Campo Marzio

TriBu.City è un movimento nato per valorizzare l’amicizia e rafforzare i legami tra Trieste e Budapest, e oggi direi anche Vienna. Cosa pensi di questa iniziativa?

“Quello che mi piace particolarmente è l’aspetto dell’amicizia, della relazione. Da sola non basta, ma rappresenta una base preziosa da cui può nascere la forza di agire insieme e costruire il futuro. Quello che vedo in TriBu.City è un potenziale creativo che nasce proprio tra amici e spiriti affini, ma che va avanti con responsabilità.

Pensate alla storia: nel 1933 Le Corbusier invitò alcuni architetti amici a incontrarsi a Marsiglia, prendere una barca e navigare fino ad Atene. Da quell’esperienza nacque la “Carta di Atene”, un documento fondamentale per la teoria dell’urbanistica moderna.
Oggi la Carta di Atene si è rivelata distruttiva nei suoi effetti: noi sosteniamo il suo contrario storico, la città mista, densa, sociale e vitale. Eppure, quell’iniziativa di novant’anni fa rimane un modello di dialogo democratico e cooperazione internazionale tra architetti e urbanisti del mondo.

Vedo in voi uno spirito internazionale: non si tratta solo di Trieste o Budapest, ma di una base comune di scambio. Trovare un consenso su obiettivi concreti, trasformare le relazioni personali in contributi reali per la società, per il futuro, soprattutto per i giovani.

Mi piace pensare alla filosofia induista, dove il quarto stadio della vita è dedicato a restituire ciò che si è ricevuto ai giovani. È un’idea che mi ispira molto: restituire, offrire opportunità, costruire qualcosa per il domani. Possiamo solo consigliare – spetta ai giovani occuparsi della realizzazione.

Un’amicizia può nascere anche tra chi fino a poco prima era in conflitto (basti pensare alla Germania e alla Francia), ma trasformarla in una responsabilità comune richiede impegno, ascolto e volontà di cambiamento. L’amicizia è una base preziosa, ma ciò che conta davvero è la responsabilità che abbiamo verso le generazioni future. La nostra generazione, negli ultimi cinquant’anni, ha accumulato debiti enormi e provocato danni profondi: dalla crisi climatica all’espansione incontrollata delle città, dalla perdita di biodiversità alla distruzione di interi paesaggi naturali. È giunto il momento di un nuovo pensiero condiviso e di un’azione comune, capace di restituire equilibrio, speranza e dignità al nostro pianeta.”

Peter Lorenz

LORENZATELIERS URBANIZZAZIONE _ ARCHITETTURA _ DESIGN

LORENZATELIERS rappresenta un’architettura fondata su principi etici e su un impegno culturalmente consapevole.
Costruire è inteso come uno dei contributi più essenziali al futuro: per questo è naturale assumersi responsabilità, creare valore e partecipare attivamente al cambiamento in atto.

Fondato da Peter Lorenz a Innsbruck, con sede a Vienna dal 1990 e una succursale a Trieste, lo studio opera a livello internazionale con progetti che spaziano dalle visioni urbane fino alle architetture realizzate e agli interni di precisione.
In oltre 500 opere, di cui circa un terzo realizzate, emerge una ricerca coerente di senso, qualità e sostenibilità.

L’architettura è intesa come pratica intellettuale e sociale, che ridefinisce continuamente il rapporto tra uomo, natura e tecnica.
Le sculture autoreferenziali, che si oppongono al contesto urbano, restano estranee a questa visione.
Ciò che si ricerca è una struttura connettiva, paragonabile all’inserimento consapevole di un elemento nuovo in un insieme esistente: un atto di appartenenza e di dialogo.
In questo processo il locale incontra il globale, il tradizionale dialoga con il contemporaneo, il materiale si apre al spirituale – fino a creare un insieme urbano vitale e coerente, in cui ogni edificio può esprimere molteplici identità.

Ispirato alla teoria di Gaia e a una visione post-umanista, Peter Lorenz e il suo team considerano ogni opera come parte di un più ampio sistema ecologico e culturale.
L’architettura diventa così uno strumento catalitico per un mondo in trasformazione – capace di intrecciare città e paesaggio, tecnica ed etica, presente e futuro.

In un’epoca di profondo ripensamento, in cui le strutture ecologiche, sociali ed estetiche si ridefiniscono, lo studio si sente impegnato a ripensare la città del XXI secolo come un organismo vivente, equo e capace di evolvere.
L’architettura deve generare spazi che ispirano, luoghi che uniscono, identità che resistono, e deve custodire le risorse, favorire l’incontro e rendere possibile una vita buona.

Tra le opere più recenti figurano la Facoltà di Medicina di Linz, i progetti BORA in Germania e Austria, la Sportcity Ilirija a Lubiana e numerosi complessi residenziali a Vienna.
Peter Lorenz insegna, ricerca e dibatte sui legami tra città, natura, bellezza e responsabilità.
Insieme a Giulia Decorti e Franz Baur, guida un team internazionale che crea luoghi non influenzati dalle mode, ma definiti da una chiara e duratura visione.

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